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Alla scoperta dei vini in Valle d’Aosta

Sorpresa e tradizione nella regione più piccola d’Italia.

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In Valle d’Aosta, sia pure in presenza di una superficie vitata limitata, appena 522 ettari e di una produzione alquanto ridotta vediamo la presenza di ben 13 vitigni autoctoni.

Incastonata tra Francia e Italia, nel cuore del Ducato di Savoia, la Valle d’Aosta è stata per secoli la principale via di comunicazione tra i due paesi. In quei tempi, i traffici nella valle, tra la pianura piemontese e le montagne savoiarde erano intensissimi e, come sempre è accaduto nella Storia, le carovane dei mercanti non solo portano con sé le merci da vendere e da comperare, ma favoriscono anche le contaminazioni tra i popoli: tradizioni, linguaggio, abitudini alimentari, costumi, arte, cultura, tecniche di coltivazione e di produzione. E questo, naturalmente, vale anche per la vite e il vino.

Per queste ragioni, la Valle d’Aosta avrebbe dovuto esprimere una cultura vitivinicola di sintesi tra quelle dei paesi che mette in comunicazione, trattandosi, per di più, dei due principali produttori di vino del mondo. E in parte questo è accaduto: non sono pochi, infatti, i vitigni italiani e internazionali che si coltivano in valle, lavorando con tenacia su un suolo e in condizioni climatiche tutt’altro che favorevoli all’allevamento della vite. Sui terrazzamenti e sugli erti pendii valdostani (tre quinti dei vigneti si trovano su pendii con pendenza superiore al 30%) troviamo quindi filari di Chardonnay, Moscato bianco, Müller Thurgau, Pinot Grigio, a bacca bianca, e Gamay, Merlot, Nebbiolo, Pinot Nero e Syrah, a bacca rossa.

Ma, come spesso capita, il vino non manca di sorprendere. E quindi vediamo che, in Valle d’Aosta, sia pure in presenza di una superficie vitata limitata (appena 522 ettari) e di una produzione alquanto ridotta (47 mila quintali di uva, un milione di bottiglie circa, pari allo 0,1% di tutto il vino italiano) viene coltivato un numero assolutamente eccezionale di vitigni autoctoni, ben tredici! Una caratteristica che accomuna la vitivinicoltura valdostana a quella italiana, che si differenzia da quella transalpina per la grande varietà delle varietà autoctone allevate.

Foto di Giuseppe Peletti.

Ma le peculiarità del vigneto valdostano non finiscono qui. Solo una, tra le uve locali, è a buccia bianca. Si tratta del Prié Blanc, una delle pochissime varietà, in tutta Europa, che sono coltivate su piede franco, ossia non innestate su vite americana, grazie alle sue caratteristiche e alle particolari condizioni climatiche determinate dall’altitudine, che proteggono dalla fillossera.

Gli altri dodici vitigni, tutti rossi, hanno nomi più o meno conosciuti, anche perché alcuni di essi sono coltivati in quantità minime: Bonda, Cornalin, Crovassa, Fumin, Malvoisie, Mayolet, Ner d’Ala, Neyret, Petit Rouge, Prëmetta (detto anche Prié rouge), Roussin, Vien de Nus, Vuillermin. 

Vinificati in purezza o in blend, tra loro o con vitigni italiani o internazionali, danno origine a vini generalmente molto fini e testimoniano di una cultura enoica che affonda le sue radici nella Storia, fin dai tempi più antichi. Si tratta di vini non sempre facili da trovare fuori dai confini della Valle d’Aosta, ma vale veramente la pena, in ogni stagione, di fare un viaggio alla loro scoperta.

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Giorgio Vizioli è Associate Editor di Me Gusta Magazine dal 2016. Giornalista e Comunicatore, è dal 1990 titolare dell’Agenzia Studio Giorgio Vizioli & Associati di Milano. È stato Direttore del Centro Informazioni Champagne per l’Italia e nel corso degli anni ha lavorato per numerosi Consorzi di Tutela e Produttori dei settori vitivinicolo e agroalimentare, italiani e internazionali. Nel 2020 ha ricevuto il Premio “Ufficio Stampa di Eccellenza” assegnato dal GUS (Giornalisti Uffici Stampa) Lombardia. Iscritto all’Albo Giornalisti dal 1983, ha collaborato e collabora con diverse testate stampate e digitali, generaliste e specializzate.