Il genio di Leonardo, la Casa degli Atellani a Milano e l'umanissima passione per il vino

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Il 2019 è l’anno di Leonardo, il genio del Rinascimento, interprete della più alta sintesi tra arte e scienza che fu al contempo pittore, inventore, scienziato, ingegnere, musicista. Un genio sorprendente e fuori dagli schemi, reso umanissimo dal suo profondo rispetto per tutte le forme di vita, dalla sua insaziabile curiosità, dalla sua immaginazione visionaria, dalle sue innumerevoli e quotidiane passioni. Tra queste la cucina e il vino, come testimoniano l’invenzione di arnesi (per pelare, tritare, affettare) illustrati nel Codex Atlanticus e appunti sul ciclo della vite, rinvenuti fra le sue carte.

Il vino è bono ma (perciò) l’acqua avanza
— Leonardo da Vinci

L’autore dell’Ultima Cena nutrì un innato amore verso la cucina, instillato sin dall’infanzia dal padre adottivo, tale Accatabriga di Piero del Vacca, pasticcere, che iniziò Leonardo all’arte culinaria coinvolgendolo in preparazioni di piatti e assaggi. Alla corte degli Sforza (1482), il suo buon gusto per la tavola e il vino non sfugge a Ludovico il Moro, che gli affida la regia dei banchetti di corte e, qualche anno più tardi (1498), gli offre il dono di una vigna come ricompensa per l’affresco dell’Ultima Cena nel refettorio di Santa Maria delle Grazie.

Questo prezioso vigneto, situato nel retro della quattrocentesca casa degli Atellani, in corso Magenta, fu oggetto di amorevoli cure da parte degli eredi del genio toscano fino alla Seconda guerra mondiale, quando nel 1943 subì l’incendio causato da un bombardamento inglese, che lo distrusse quasi totalmente. Ma non del tutto, per fortuna. Gli scavi condotti nell'antico giardino milanese permisero di ritrovare alcuni frammenti di radice ancora vitali.

Che tipo di vitigno ha allevato Leonardo? Che vino ha prodotto il genio?

Approfondite indagini genetiche, a metà tra l'archeologia e la viticoltura (condotte da Luca Maroni, analista sensoriale esperto di vini, e dal Gruppo Scientifico di lavoro dell’Università di Agraria di Milano, diretto dal Professor Attilio Scienza) hanno permesso l’estrazione del DNA sui resti vegetali ed emesso l’attesa sentenza. Si tratta di Malvasia bianca di candia aromatica, una qualità di uva presente nei colli piacentini delle terre del Castello di Luzzano, un tempo feudo della famiglia degli Atellani e oggi azienda agricola di punta nella produzione di Malvasia (ma anche Bonarda e Pinot), declinato nelle sue diverse varianti: frizzante secco, dolce frizzante e Malvasia fermo. Se non avrete occasione di assaggiarli recandovi sul posto, approfittate dei numerosi eventi di degustazione proposti alla Porta del Vino (Piazza Cinque Giornate a Milano) oppure fate un salto al bistrot della Vigna di Leonardo, accessibile non solo ai visitatori della Vigna.

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Come è noto infatti, le viti di Leonardo sono state reimpiantate nella Casa degli Atellani nel rispetto dei filari e del vitigno originari il 20 marzo 2015 e oggi il vigneto è aperto e visitabile, nel cuore di Milano. Questo ritrovamento ha offerto l’opportunità di rivalutare un aspetto molto umano del genio vinciano, il suo rapporto con il vino.

Luca Maroni, che ha svolto un ruolo importante nel team di recupero del dono di Ludovico Il Moro, ha a questo proposito scritto due libri (“Milano è la vigna di Leonardo” e “Leonardo Da Vinci, la vigna ritrovata”) e racconta: “ho colto il vero spirito dell’artista, la sua anima, la sua grande umanità, pura come il vino”. Leonardo scrisse molto sul mondo del vino, di cui apprezzava soprattutto il profumo, nei codici e nelle raccolte delle sue carte. Una di queste riporta un titolo significativo: “Il vino è bono ma (perciò) l’acqua avanza”.

 

È possibile scaricare la app ufficiale della Vigna di Leonardo, in cui si possono ammirare in anteprima i contenuti del percorso museale su Apple Store e Play Store.

 

29 Gennaio 2019

 

Testo   Silvia Faccio

 

 

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