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Cina e Australia: la guerra del vino

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Da leader del mercato cinese, il vino Australiano ne sta diventando fanalino di coda, causa l’imposizione di nuovi dazi che faranno crollare le importazioni nel paese del dragone si prevede fino al 95% nel 2021 e minacciano di far fallire un’azienda vitivinicola australiana su tre, data la dipendenza da questo mercato.

Un vecchio proverbio cinese dice che quando di un chiodo spunta troppo la capocchia, va martellato dentro, ed è esattamente quello che il governo di Pechino ha deciso di fare. L’esportazione di vino australiano in Cina era una storia di successo, con aumenti ogni anno a due cifre, e numeri da capogiro. Troppo per Pechino, che ha accusato l’Australia di Dumping (cioè di vendita sotto costo). In parte è vero, le esportazioni australiane sono parzialmente  sovvenzionate dal governo, attraverso un sistema di aiuti all’agricoltura, ma questo non è certo una novità, né una peculiarità australiana. Comunque sia, Pechino ha imposto dazi fino al 212%, che vanno ad incidere sul prezzo finale, limitando quindi le importazioni. La Trasury Wine Estates, la più grande azienda di vino del mondo, che detiene fra l’altro il marchio Penfolds, ha annunciato un calo dei profitti del 45%. 

Un atteggiamento così drastico da parte cinese ha ragioni politiche ed economiche assieme. Quelle economiche sono ovvie: Pechino non vuole dipendere da un unico fornitore, e preferisce diversificare. La Cina era di gran lunga il maggior acquirente di vino australiano al mondo, grazie anche ad un accordo di libero scambio (ChAFTA) firmato nel 2015 che esentava i vini australiani da tariffe di importazione. Per avere un termine di paragone, i vini italiani pagano dazi che vanno dal 14 al 20%. Le prime 5 marche di vino australiano rappresentavano il 75% delle importazioni e Penfolds copriva la stragrande maggioranza di tale quota. La Cina poi si sta attrezzando per una sua produzione, si continuano a piantare nuovi vigneti, nel tentativo di rendere autosufficiente il paese. Nel 2020 la produzione di vino cinese ha superato i 4 milioni di ettolitri, e l’industria di questo settore ha ormai raggiunto un livello considerevole sia nell’estensione delle aree vitate, che nei processi produttivi e nella competenza enologica, ma gli spazi di crescita, data l’estensione del paese, e soprattutto la sua densità di popolazione rimangono enormi. La scelta di tagliar fuori il vino australiano, di cui quello cinese è un concorrente diretto, ha quindi anche un risvolto protezionistico.

Le ragioni politiche sono più subdole, forse dato il sistema cinese che parte dalla politica per arrivare all’economia  meno dette ma non per questo meno reali. L’Australia ha appoggiato le proteste studentesche di Hong Kong, quando lo scorso anno i giovani sono scesi in piazza contro la stretta del governo centrale nell’ex colonia britannica passata alla Cina nel 1997. Quello che doveva essere uno statuto autonomo è stato di fatto depotenziato, le elezioni sono state di fatto cancellate. Gli studenti sono scesi in piazza, ma la protesta degli ombrelli (per difendersi dagli idranti della polizia) avvenuta fra l’altro al culmine della pandemia, quando il mondo aveva altre cose cui pensare, non ha ottenuto grandi risultati.  Più ancora l’Australia ha appoggiato a spada tratta la richiesta americana alla Cina a fornire i dati sulla diffusione della pandemia a Wuhan e l’eventuale passaggio del virus per il laboratorio di quella città, un argomento che Pechino vede come il fumo negli occhi e considera un’ingerenza negli affari interni del paese. Una vignetta di un giornale di Pechino recentemente dipingeva l’Australia come un canguro gigante che faceva il cane da guardia agli Stati Uniti. Già, perché queste obiezioni e richieste sono le stesse portate avanti dagli Stati Uniti, ma l’America è l’America, ed è più difficile andare direttamente contro gli Stati Uniti, l’Australia, seppur importante, alla fine rimane un paese più marginale.

Una vicenda dunque che si dipana tra politica ed economia, senza una prevalenza netta dell’una sull’altra. Per l’Australia che sta scivolando verso la sua prima recessione in quasi 30 anni, non è una questione di non poco conto. Infatti, la Cina è il suo principale partner commerciale. Le sole esportazioni di prodotti agricoli ammontano nel 2018-19 a 16 miliardi di dollari australiani (9,6 mld di euro). Il rischio è che dal vino si passi ad altri settori. Recentemente la Cina ha bloccato delle spedizioni di aragoste, sta limitando le importazioni di orzo. Il vino, si può argomentare, rimane relativamente marginale, ma l’intero comparto agroalimentare per un paese come l’Australia che è un produttore netto di generi alimentari ed esporta verso un mercato di 1,5 miliardi di persone quale la Cina ogni modifica diventa estremamente importante.

Se il maggior attore nel palcoscenico delle importazioni cinesi di vino esce di scena, o quanto meno si ritira dietro le quinte, chi ne trarrà beneficio? Potrebbe essere l’Italia? Non è affatto scontato che il nostro paese riesca a portare a casa un vantaggio da questa congiuntura, per una serie di ragioni che riguardano sia il mercato del dragone che problemi interni al nostro paese.

La Francia resta quest’anno il primo attore nelle importazioni cinesi di vino in bottiglia. In seconda posizione in termini di fatturato, il Cile, che però vende sfuso oltre la metà del suo vino, e quindi non fa testo. Segue  l’Australia, che nonostante tutto continua a mantenere una quota di mercato, Italia e Spagna sono in posizioni simili immediatamente a seguire. Con un fatturato totale di circa 35 milioni di dollari,  il nostro paese vende in Cina circa il 25% dei francesi. Sempre in termini di fatturato la Francia ha registrato nel 2021 un aumento di quasi il 50% rispetto al 2020, l’Italia del 16,7% sullo stesso periodo. 

Gli spazi di crescita quindi potrebbero esserci, ma restano le difficoltà intrinseche al mercato cinese. La Cina che potenzialmente è un mercato di grandi numeri, (lo ha dimostrato Penfolds) ha una clientela difficilissima da fidelizzare ed educare. In Italia con alcune eccezioni mancano dei brand particolarmente grandi e forti, capaci di rappresentare l’intero paese. Molti consumatori cinesi si muovono sui social, scelgono un prodotto in base ad un’etichetta o al giudizio di un influencer. Le nostre denominazioni maggiori, dal Chianti al Chianti Classico, al Barolo rimangono minuscole per il mercato cinese, e soprattutto poco rappresentate. Unico ad avere dei numeri il prosecco, che però sente la concorrenza del cava spagnolo. Ovviamente ai cinesi interessa la storia del vino italiano, (che l’Australia non ha mai avuto), e la qualità indubbia dei nostri prodotti, ma la realtà del nostro paese è formata da una miriade di piccole aziende che hanno difficoltà ad investire grossi capitali in un mercato lontano, che non riesce a dare garanzie. E’ questa probabilmente una delle ragioni per cui il  vino italiano non ha il posto cui potrebbe ambire nel mercato cinese, nonostante si siano fatti  grossi sforzi per il posizionamento delle varie denominazioni.


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