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Vino e bollicine: lo scenario del mercato

Michael DeMocker
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La crisi economica innescata dalla pandemia di Covid 19 sta colpendo anche il mondo del vino? Certamente si, ovviamente si, ma quanto? E qui cominciano i problemi di lettura: moltissimo, molto, poco, per nulla? Una risposta uniforme è impossibile, data l’estrema diversità del settore, formato da pochi grossi gruppi, ma da una miriade di piccole aziende, consorziato in DOCG e DOC, diviso per regioni e posizionate in segmenti diversi di mercato. E come saranno le vendite di vino dopo il Covid 19? Anche qui la sfera di cristallo potrebbe aiutare, e anche qui ci sono poche certezze, e molti interrogativi.

Senza andar troppo per il sottile, il commercio del vino è diviso in tre fasce. In Italia come nel mondo. Prodotti da battaglia di largo consumo, prodotti altissimi di gamma, prodotti di fascia media e medio alta. Le prime due categorie hanno sofferto poco la crisi. “La pandemia non ha colpito gli imbottigliatori e chi lavora con la grande distribuzione (GDO),” ci dice Nunzio Castaldo, titolare dell’azienda Panebianco, uno dei più prestigiosi importatori di vino italiano negli Stati Uniti e profondo conoscitore del mercato americano. “La crisi non ha colpito i grossi chateau del bordolese o altre aziende di altissimo prestigio. I ricchi continuano a bere bene, se non meglio”.

La stessa tendenza si nota in Italia. La vendita di vino nella grande distribuzione è in aumento, di percentuali significative. Dati aggregati definitivi sono difficili da elaborare,(le catene della grande distribuzione non li comunicano) ma gli aumenti sembrano posizionarsi attorno al 7% in termini di volume, un po’ meno in termini di fatturato. Nel tentativo di seguire le tendenze dei consumi, anche i supermercati si attestano su fasce di prezzo leggermente più basse rispetto agli anni precedenti, cercando vini che costano meno e sui quali si possano realizzare volumi importanti. Basta andare in un supermercato: la maggioranza dei vini si colloca su una fascia che va dai due ai quattro euro a scaffale, il che tradotto in ricavi per l’azienda produttrice vuol dire la metà (la grande distribuzione ricarica il 30-40% più l’Iva e in genere arrotonda al decimale superiore). Difficile pensare che con un euro di costo al produttore si possa bere un grande vino. E poi c’è la fascia altissima di gamma, dei vini blasonati, che si trovano in enoteche specializzate o vengono consegnati direttamente dal distributore, che sembrano non aver sofferto, e che rappresentano comunque una minuscola nicchia di mercato.

Chi ha poco da festeggiare sono i vini di fascia media, i vini di qualità ma non di prezzo elevatissimo, che rappresentano l’asse portante della viticoltura italiana. È un fenomeno tutto italiano, una strada nella quale ci stanno seguendo molto gli spagnoli, in parte i francesi, che ha imposto e reso famosi i nostri prodotti nel mondo, prodotti di qualità che si rivolgono a una fascia media di mercato. E che adesso sono in crisi. Secondo la Coldiretti al 31 gennaio 2021 nelle cantine italiane ci sarebbero 150 milioni di litri in più rispetto all’anno precedente, per un totale aggregato di 6,9 miliardi di litri di vino, tutti prodotti DOCG o IGT a maggior valore aggiunto. Sempre secondo Coldiretti il perdurare della crisi non fa ben sperare, e si suggerisce di togliere dal consumo alimentare almeno 200 milioni di litri di vino.

Una catastrofe. È verosimile che per riportare il livello del consumo del vino al periodo prima della crisi occorrano almeno tre anni. Si dovrà partire dai consumi interni, e ricostruire le esportazioni, fortemente danneggiate. Non è un caso che Italia, Francia e Spagna chiedano all’Unione Europea di estendere le misure di crisi per il vino a tutto il 2021. Le varie denominazioni si stanno organizzando: il Chianti Classico ha varato un piano straordinario di interventi per sostenere le aziende del Gallo Nero, anche in collaborazione col Monte dei Paschi di Siena per un accesso preferenziale al credito riservato ai viticoltori della regione. Nel tentativo di “asciugare” il mercato si è anche varato un posticipo dell’immissione al consumo di tre mesi dell’annata 2019, che viene commercializzata solo a partire dal primo gennaio 2021. Altre denominazioni, (l’Italia ne ha ben 78) dal Barolo a Franciacorta, dall’Amarone al Brunello hanno intrapreso percorsi simili.

Anche qui, tuttavia, le cose non sono né uniformi né del tutto chiare. Restando per il momento in Toscana, le principali denominazioni che sono il fiore all’occhiello di questa regione, Chianti, Chianti Classico, Vino Nobile di Montepulciano e Brunello hanno sofferto in modo molto diverso. Il Chianti è quella che ha probabilmente sofferto di più, con una contrazione di mercato attorno al 30%. La risposta, come sempre, è stata una diminuzione dei prezzi, ormai il Chianti commercializzato dagli imbottigliatori si trova a meno di due euro a scaffale nella maggior parte dei supermercati. Una guerra dei prezzi che ovviamente poi ricade sulle aziende, il Chianti sfuso si svende, con prezzi che sono 70-80 centesimi al litro, spesso anche molto meno. “Il 40% della Toscana sarà presto in vendita, se non si interverrà a sostegno delle imprese” tuonava lo scorso anno il presidente del consorzio del vino Chianti Giovanni Busi. Non è stato così, ma certo la situazione non è rosea. In toscana ci sono 23.000 aziende, e mediamente oltre la metà della produzione viene esportato. Il Chianti DOCG occupa il 48,4% della superficie rivendicata a DOCG, il Chianti Classico il 18,5, il Brunello di Montalcino il 5,3%. Quanto il Chianti sembra aver sofferto il Nobile di Montepulciano, mentre si salva il Brunello, sia per le ridotte dimensioni della denominazione, sia probabilmente perché ha una clientela selezionata e affezionata.

La perdita di fatturato del 2020 è stata tra il 70% e 80%, e quest’anno, anche se nella seconda metà ci aspettiamo una maggior vivacità del mercato, sarà un anno difficile”, dice Guido Busetto, titolare del Castello di Selvole (nella foto), nel cuore del Chianti Classico. Foto di Michael DeMocker.

Il Chianti Classico, in qualche modo sembra stare nel mezzo. “La nostra denominazione ha sofferto meno di molte altre” ci dice Carlotta Gori, direttore del Consorzio del Chianti Classico. “Abbiamo perso circa l’8% del fatturato sulla bottiglia, il 10% in valore dello sfuso”. Sono percentuali recuperabili, ma una ripresa non sarà né automatica né scontata. Il 31% del Chianti Classico va negli Stati Uniti, l’11% in Canada. In entrambi questi paesi la filiera della ristorazione è praticamente bloccata. Nunzio Castaldo, di Panebianco, da fine conoscitore del mercato americano, si interroga su quale sarà il futuro. “Dobbiamo vendere due annate, importatori e distributori hanno i magazzini pieni. Il mercato americano è sceso del 6-7%, ma soprattutto è cambiato il consumatore. Il fatto scatenante di questa nuova abitudine è che si lavora di più a casa. Il vino italiano scenderà ancora perché si venderà di meno nei ristoranti”. Secondo Castaldo, in buona sostanza, l’abitudine di uscire di meno, di frequentare di meno ristoranti e wine bar, che ormai si è consolidata, penalizzerà il vino italiano, che beneficia della catena di ristoranti italiani all’estero, e dei camerieri che lavorano in questi ristoranti e lo propongono. Nello scaffale di un’enoteca o di un supermercato la concorrenza con i vini californiani, australiani, sudamericani, spagnoli è feroce, ed il vino italiano non è così conosciuto da poter camminare da solo. “Mi fa paura cosa succederà dopo, non sono tranquillo che le cose riprendano come prima” ci dice Sandro Caramelli, titolare della Fattoria la Ripa, a San Casciano Val di Pesa, nel Chianti Classico.

Per lui la perdita di mercato è stata attorno al 50%. Ad altri è andata peggio. “I nostri clienti sono ristoranti ed enoteche, in Italia e all’estero” dice Guido Busetto, titolare del Castello di Selvole, nel cuore del Chianti Classico. “la perdita di fatturato del 2020 è stata tra il 70% e 80%, e quest’anno, anche se nella seconda metà ci aspettiamo una maggior vivacità del mercato, sarà un anno difficile. Selvole, con prodotti di qualità posizionati su una fascia di prezzo media, ha sofferto moltissimo la crisi. È sparito il turismo del vino, soprattutto gli stranieri, che per molte aziende rappresentava una boccata d’ossigeno nei periodi estivi, sono spariti i ristoranti, che in Italia come altrove fanno solo asporto e quindi raramente consegnano vino. Le enoteche on line, che sono sorte come funghi dall’inizio della pandemia, e alle quali la maggior parte delle aziende hanno aderito, o Amazon, non riescono certo a compensare le perdite in altri settori dice il titolare di Selvole”. Del resto basta entrare in qualcuno di questi siti: le promozioni che offrono sono spesso stratosferiche, indicazione palese che il mercato è inondato di prodotto che non si riesce a vendere. Il direttore di Confagricoltura di Bologna sostiene che piccoli produttori, che lavorano con ristoranti, alberghi, o vendono in azienda, denunciano cali del fatturato fino all’80%. “A livello regionale il calo degli incassi sull’intera filiera è stato del 35%”, gli fa eco Nicola Bertinelli, presidente regionale di Coldiretti.

Già, perché il mondo del vino è complesso e variegato. La crisi, come un’enorme falce, ha tagliato interi rami. Se il comparto della Grande Distribuzione, a detta degli stessi addetti, non ha sofferto molto, non tutte le aziende hanno la forza economica o la quantità di prodotto per lavorare con i supermercati. E con i ristoranti chiusi, matrimoni ed eventi in azienda impossibili per evitare assembramenti, agriturismi che lo scorso anno non hanno lavorato e che per quest’anno non hanno certezze, piccola distribuzione e turismo del vino sono bloccati. Per molte aziende tutto questi comparti rappresentano una parte consistente del fatturato. Tra gli andamenti peggiori quello delle bollicine, soprattutto l’alto di gamma, che secondo l’osservatorio Vinitaly-Nomisma ha registrato cali vicini al 30%. Va bene il prosecco, che costa poco. Dice Daniele Cernilli, giornalista e ideatore del concorso Tre Bicchieri del Gambero Rosso, oggi titolare del sito di critica enologica Doctor Wine, e responsabile della “Guida Essenziale ai vini d’Italia”. “Il problema è che tutto il circuito di questo mondo è bloccato. Quando finiranno la cassa integrazione e i vari sostegni, ci saranno milioni di persone senza lavoro”.

Con queste premesse, fare un bilancio è estremamente difficile, delle previsioni impossibile. La ripresa verrà, ma quando è impossibile stabilirlo. Secondo il ProWein Business Report, studio collegato alla ProWein di Dusseldorf, il 2021 sarà un anno difficile quanto il 2020. Non a caso la fiera, assieme al Vinitaly la più importante manifestazione in Europa, è stata spostata al prossimo anno. E quando si ripartirà, le certezze, le regole commerciali, il modo di vendere e proporre il vino cui eravamo abituati saranno probabilmente molto diversi.