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Responsabili

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Mark Boss
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Prima di arrivare a “Chiude l’Italia” (titolo di Repubblica) e a “L’ultimo sacrificio” (titolo de Il Fatto Quotidiano) che, secondo noi, andrebbe aggiunto un punto interrogativo, la necessità di contenere la diffusone del coronavirus ha conosciuto diverse fasi: da “Milano non si ferma” a “Rimanete in casa il più possibile”. E, quindi, dall’invito a non disertare la vita sociale per paura del coronavirus all’obbligo di stare a casa. Tutto nell’arco di due settimane. Con le giravolte di qualche politico che prima strombazza l’invito a non farsi prendere dal panico e, poi, salta sul carro del nuovo slogan. 

Poi arriva il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri con una serie di ristrettezze per cercare di bloccare la diffusione del virus. “Si poteva fare di più”, ha detto il Presidente della Lombardia, Attilio Fontana, aggiungendo “dopo un’attenta valutazione del testo del Dpcm, anche con i sindaci dei capoluoghi e con Anci, bisogna risolvere alcuni temi ancora irrisolti, a partire dalla sicurezza dei lavoratori impegnati nelle filiere produttive lasciate operative dal decreto. Ci sono degli ambiti che non sono stati presi in considerazione rispetto alle richieste che avevamo mandato a Roma”. Un documento inviato al Presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte con il quale Fontana chiedeva una sorta di chiusura della Lombardia. Partendo dalla “chiusura di tutte le attività commerciali al dettaglio, ad eccezione di quelle relative ai servizi di pubblica utilità, ai servizi pubblici essenziali, alla vendita di beni di prima necessità. Chiusura di tutti i centri commerciali, degli esercizi commerciali presenti al loro interno e dei reparti di vendita di beni non di prima necessità. Restano aperte le farmacie, le parafarmacie e i punti vendita di generi alimentari e di prima necessità. Chiusura di bar, pub, ristoranti di ogni genere, delle attività artigianali di servizio (es. parrucchieri, estetisti, ecc..) ad eccezione dei servizi emergenziali e di urgenza, di tutti gli alberghi e di ogni altra attività destinata alla ricezione (es.ostelli, agriturismi, ecc..) ad eccezione di quelle individuate come necessarie ai fini dell’espletamento delle attività di servizio pubblico, di tutti i servizi terziari e professionali, ad eccezione di quelli legati alla pubblica utilità e al corretto funzionamento dei settori richiamati nei punti precedenti”.

Qualche sentore che la situazione fosse difficile si era palesata quando gli organizzatori di Mido, il più grande salone mondiale dell’occhialeria prima e quelli della manifestazione, il Salone del mobile, che a Milano è una sintesi, contestualmente, di business, cultura e voglia di tirar tardi, decidono di fare slittare le manifestazioni a tempi che si sperino più tranquilli – i mesi di luglio e di giugno – avrebbero dovuto far riflettere prima di invogliare la gente a non farsi prendere dal panico. Poi, sempre restando a Milano, ci sono stati diversi ristoratori che autonomamente decidevano di “chiudere” per tutelare la salute propria, del personale e dei clienti, quando veniva deciso la chiusura di bar e ristoranti alle ore 18, per eliminare la ressa dell’happy hour. Con qualche ironia tipo “ma sino alle 18 il coronavirus è in pausa pranzo”? Ma, i risultati non hanno dato esito positivo. Così, con il crescere dei contagi, oltre 100 operatori tra ristoratori ed enotecari, creano il “Comitato Ristoratori Responsabili”, per chiedere provvedimenti più drastici per vincere la guerra contro un nemico invisibile, come, per esempio, l’ “opportunità di chiudere del tutto gli esercizi di somministrazione: meglio un periodo di contenimento più severo ma più limitato nel tempo”.

Il Comitato Ristoratori Responsabili, questa richiesta l’ha fatta con una lettera aperta indirizzata al Presidente del Consiglio dei Ministri, Presidente della Regione Lombardia, Ministro della Salute e Sindaco della Città Metropolitana di Milano.

Lettera che riportiamo integralmente:

“Redigiamo la presente per esprimere la nostra solidarietà come cittadini all’opera difficilissima di gestione dell’emergenza che state svolgendo. Come tutti siamo preoccupati, ma anche fiduciosi della forza che insieme come comunità possiamo avere se agiamo con coscienza e responsabilità.

Prendiamo atto delle disposizioni redatte nel DPCM emanato in data 8 Marzo 2020 dettato dall’evoluzione dell’epidemia COVID-19.

Ci rendiamo tutti conto della gravità della situazione e siamo pronti a fare i sacrifici necessari laddove siano dettati da logiche opportunità.

La decisione di consentire l’apertura dei bar e ristoranti come da ART.1 comma n) del suddetto decreto pone tuttavia delle grandi perplessità di cui vogliamo rendervi partecipi:

1) per la natura del servizio offerto da esercizi di somministrazione la richiesta di mantenere il metro di distanza interpersonale è praticamente impossibile da far rispettare. La promiscuità è ineliminabile tra personale di servizio e cliente e tra i clienti stessi anche nel caso si dispongano di tavoli delle misure adeguate;

2) lasciare i gestori delle attività come baluardo di prevenzione del contagio che impongono la suddetta distanza a rischio di sanzione è un provvedimento che facciamo fatica a condividere;

3) la maggior parte di questi esercizi opera nelle ore serali. Lasciare la possibilità di tenere aperto fino alle 18 crea una disparità significativa tra esercizi che lavorano durante il giorno e altri che lavorano prevalentemente la sera;

4) mantenere gli esercizi aperti e raccomandare alla popolazione di non muoversi da casa propria equivale a condannare tali esercizi al fallimento;

5) non si contempla la possibilità di poter effettuare il delivery anche oltre le ore 18, misura questa che potrebbe almeno mitigare l’effetto crisi per alcune tipologie di attività;

6) in sintesi, nel miglior scenario possibile, l’inevitabile crollo degli incassi porterebbe alla chiusura e al licenziamento di molti addetti.

Ci chiediamo pertanto se abbia senso chiudere tutto tranne i ristoranti e i bar. Se il fine ultimo è quello di evitare la socialità tout court, per quale motivo si vuole lasciare la possibilità di contatto e contagio in luoghi dove è intrinsecamente più difficile regolamentarla? Paradossalmente musei e cinema che devono rimanere chiusi hanno più possibilità di far rispettare le distanze regolamentando gli accessi.

Egregi Presidente del Consiglio e Presidente della Regione Lombardia, ci rendiamo conto della gravità della situazione e siamo pronti a conformarci alle direttive, ma siamo preoccupati come cittadini circa l’effettiva efficacia di misure prese a metà e come imprenditori della sopravvivenza delle nostre aziende.

Chiediamo di essere ascoltati quanto prima e di lavorare insieme per trovare una soluzione più intelligente possibile.

I punti che proponiamo vengano presi in considerazione con la massima urgenza sono:

1) opportunità di chiudere del tutto gli esercizi di somministrazione: meglio un periodo di contenimento più severo ma più limitato nel tempo;

2) istituzione di un fondo di emergenza per le imprese in difficoltà;

3) cassaintegrazione in deroga per i prossimi tre mesi per i dipendenti del settore: solo così potremmo restare aperti senza agonizzare economicamente;

4) sospensione degli oneri tributari per i prossimi 3 mesi, compresi quelli comunali (COSAP e altri);

5) moratoria per credito bancario; sospensione delle bollette.

La maggior parte di noi seguendo la propria coscienza ha già chiuso la propria attività. Ma temiamo che sia necessario farlo tutti.

Non affrontare questi nodi porterebbe a una situazione di completa incertezza e probabili effetti negativi anche sul contenimento del contagio e una quasi certa emorragia di imprese che o licenziano in massa o soccombono senza poter più contribuire.

Il mondo ci sta guardando.

Cogliamo l’occasione per dimostrare a tutti che sappiamo rispettare le regole ed essere responsabili per la comunità. Non vorremmo in un futuro essere additati come coloro che hanno sacrificato il bene pubblico per il proprio orticello.

Siamo a disposizione per un dialogo costruttivo e tempestivo”.



Comitato Ristoratori Responsabili

Finalmente si arriva a “Virus, l’Italia adesso è blindata” (titolo del Corriere della Sera). Con un primo appuntamento a mercoledì 25 marzo, per valutare i comportamenti del coronavirus. Se arretra, pare di capire, il 4 aprile si potrà festeggiare un’altra giornata per esaltare la liberazione dell’Italia, questa volta da un nemico che nel colpire è molto democratico perché non fa nessuna distinzione. 

Il dopo, dicono gli esperti, sarà terribile, specialmente per il tessuto economico. Perciò la classe politica invece di dire “faremo, faremo”, farebbe meglio parlare al passato “abbiamo fatto questo …”, prima di passare a quest’altro. 

Intanto il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, ha deciso la costituzione di un Fondo di Mutuo Soccorso destinato ad “aiutare coloro che più di altri sono messi in difficoltà dalla situazione che stiamo vivendo e, successivamente, a sostenere la ripresa delle attività cittadine”. Il fondo, che si aggiunge allo stanziamento di 3 milioni di euro già approvato dal Consiglio comunale, è aperto alla partecipazione economica di singoli cittadini, di imprese e associazioni che vogliano dare il loro contribuito. 

I versamenti al Fondo si possono effettuare sul conto di Intesa Sanpaolo con iban IT58G0306901783100000000551


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