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Effetti collaterali

Sergi Brylev

È da qualche settimana che mi frullava in testa la domanda perché a Milano lavorano di più i ristoranti e i bar di periferia di quelli del centro? Forse per una maggiore disponibilità di spazi all’aperto? Per i prezzi più abbordabili? Per la presenza di locali meno dipendenti dalla presenza di turisti, rispetto a quelli del centro? Debbo ammettere di non essere riuscito a darmi una risposta ed anche i commenti di alcuni operatori del settore non mi hanno aiutato più di tanto a trovare la risposta giusta. Di una cosa mi sono convinto subito.

E, cioè, di sostenere gli operatori del settore- tutti colpiti dalla mancanza di clienti sufficienti a tenere in piedi l’attività – con più fatti e meno annunci. E, nel mio piccolo avevo elaborato un programma che vedeva al primo posto la necessità di rivedere il canone di affitto che per molti locali – specialmente quelli del centro di Milano – con questi chiari di luna sono ormai insostenibili. Una scelta che dovrebbe tornare utile agli stessi proprietari dell’immobile perché se un locale chiude, non credo che ci sia la fila di ristoratori, baristi e commercianti disponibili a subentrare all’uscente: chi avvia un’attività con questi chiari di luna? E, quindi, molti locali commerciali, secondo me, rischierebbero di restare sfitti chissà per quanto tempo.

L’intermediario per trovare la giusta soluzione fra le parti interessati, dovrebbe essere una qualche struttura pubblica in modo da garantire il rispetto degli accordi. Alla rimodulazione dei fitti, dovrebbero essere aggiunti altri strumenti di sostegno per gli operatori del mondo dell’accoglienza e dell’offerta di servizi di ristorazione. Come, per esempio, la riduzione dei costi dell’energia elettrica, del gas, dell’acqua, dello smaltimento dei rifiuti.

Insomma, niente erogazione di somme di denaro che, come raccontano le cronache giornalistiche, qualche volta vengono utilizzati per altri fini; ma riduzione di costi che gli organi pubblici preposti possono controllare quando e come vogliono. Poi, arriva la telefonata di un amico – un giornalista-fotografo, anche da qualche mese fermo per mancanza di lavoro – e mi rammenta che una delle cause della scarsa frequentazione dei locali del centro di Milano è provocata dal lavoro a domicilio. E, mi fa l’esempio di alcune zone di Milano – City Life, piazza Gae Aulenti, il quartiere dello shopping, corso Venezia, ecc. – dove gli uffici sono praticamente vuoti per l’incentivazione dello smart working. Allora, dice il collega, se non si torna a lavorare in ufficio – e, magari, in attesa che ritornino gli stranieri – la crisi cancellerà molte insegne ed anche di storiche e importanti. E, Milano, non sarà più la stessa.

Dopo la telefonata, mi convinco che è il caso di scrivere quello che mi frulla in testa da qualche settimana. Non faccio in tempo a coordinare le idee che arrivano le dichiarazioni del vice ministro all’economia, Laura Castelli e, anche in assenza di interlocutori, ad alta voce, mi viene da dire “ma possibile che questa gente non si documenta prima di rilasciare dichiarazioni?” Come quando afferma che siccome non c’è più domanda, non avrebbe senso sostenere l’offerta, quindi cuochi, chef, camerieri e cassieri di trattorie, bar e ristoranti dovrebbero inventarsi un’altra professione.

Dura la replica di Lino Enrico Stoppani, presidente di Fipe (Federazione italiana pubblici esercizi)-Confcommercio: “Le infelici dichiarazioni del Viceministro Laura Castelli, hanno destato stupore e sconforto. Il comparto della ristorazione è storicamente un punto di forza essenziale per l’identità e l’attrattività del nostro Paese, che oltre ai numeri -fatturato, valore aggiunto e occupati- esprime anche grandi valori sociali, culturali, storici e antropologici.

È un settore fondamentale di due filiere strategiche per l’Italia -l’agroalimentare e il turismo- e “rete distributiva della socialità” capace di favorire coesione sociale, benessere, legalità, sicurezza e decoro delle comunità. Per questi motivi non andrebbe sgarbatamente invitato a reinventarsi il modo di proporre la sua offerta, ma tutelato e aiutato a rilanciarsi, rafforzando i provvedimenti governativi di natura emergenziale, sugli indennizzi a fondo perduto, sui temi della liquidità e credito, sugli strumenti di protezione sociale, sulle locazioni commerciali o sulle moratorie fiscali, e, contemporaneamente, attivando politiche governative di visione strategica -unitaria e coordinata- per sfruttarne le inespresse potenzialità come strumento di soft-power per il Paese.

La crisi ha modificato stili di vita, modalità di lavoro e modelli di consumo, certo, ma non è invitando gli imprenditori a cercare nuovi modelli di business, guidati dalla creatività, che si aiuta e si salva un settore con oltre 300mila imprese e con più di 1 milione di dipendenti. Abbiamo più volte trasferito alla politica i provvedimenti che sarebbero da prendere per evitare il collasso di un settore e scongiurare ingenti danni economici e sociali, ridando forza e prospettive ad un settore vitale per l’immagine e la promozione del Paese.

Oltre ai citati provvedimenti emergenziali e di visione, c’è bisogno anche di tornare alle tradizionali modalità di lavoro, che non significa peraltro tornare indietro. Significa invece trovare i modi di vivere i luoghi in sicurezza, ridefinendo gli orari e la vivibilità cittadina. Essere “smart” significa guardare avanti, dando il giusto valore al lavoro, al buon lavoro, di tutti, dal “working” al divertimento serale. Il settore ha bisogno, cioè, di cure e attenzioni, anche per evitare la pandemia della povertà, che è tra i più pericolosi effetti collaterali del Covid-19”.